Una ringhiera in legno costeggia la scalinata che porta ad un’assolata spiaggia nel tarantino. Il corrimano poggia su montanti cilindrici in legno.
Al primo di essi che guarda il mare è legato un cane.
La struttura del teschio gli conferisce la tipica espressione da cane felice e il suo abbaiare sembra non veicolare alcuna cattiveria.
Una bambina distante qualche metro raccoglie sabbia nel pugno per lanciargliela controvento. Le ritorna in faccia. Lei resiste un’altra manciata di tentativi, poi va dai genitori, felici di averla avuta. Meno di averci a che fare in quel preciso momento.
Sulla battigia, un bambino affonda le caviglie nell’acqua cristallina dei primi di maggio.
Pensa di poter convincere la giovane madre ad entrare in acqua.
Lei fuma in piedi e sembra poco incline a qualsiasi forma di dialogo.
Le pone la stessa domanda più volte, fino a che lei – seccata – cacciando fumo fuori dai polmoni, risponde no. Lui torna in acqua. Lei dà un’occhiata in giro.
La mia compagna ha appena finito di bere il primo litro d’acqua della giornata e si sta alzando per cercare un posto dove svuotare la vescica, mi chiede di tenere d’occhio il telefono nel caso accadesse qualcosa di spiacevole. Non accadrà nulla di spiacevole.
La stessa spiaggia, qualche settimana dopo, raggiungerà una densità di bagnanti al confine col distopico e spero di preservarne incontaminato il ricordo.
La costa balneabile è larga la profondità di due campi da tennis, spezzata a metà da un gradone naturale dell’altezza di uno sgabello. La sabbia è chiara, pulita, e copre quasi totalmente alcune rocce disseminate qua e là ad interromperne la monotona trama.
Mi trovo al margine sinistro, sul lato opposto osservo una famiglia straniera.
Il padre impettito anche se seduto, sulla settantina inoltrata; sguardo serio, corrugato e in rotta contro il sole. La moglie, dietro di lui, parzialmente nascosta, solo le gambe visibili, giovani e curate.
Quattro figli, l’unica femmina legge, i maschi, armati di fucili ad acqua, buffoneggiano.
Il padre ha una predilezione verso la femmina e augura lei un futuro da luminare.
Nulla invece la stima che nutre per i maschi; vuol bene però anche a loro. Spera abbiano un futuro nell’esercito (non li vede altrove, stupidi come sono) e che il loro grado superi quello della carne da macello ma non raggiunga quello di chi prende decisioni importanti.
Prega insomma che in futuro i suoi figli non vestano i panni che ha indossato egli stesso, decenni prima.
Pensa a quando, appuntata la sua penultima onorificenza, nella più remota fra le oscure sale dei bottoni a stelle e strisce si discuteva il principale fra i punti all’ordine del giorno: far penetrare nell’inconscio della popolazione mondiale l’idea che Julia Roberts non fosse solo sessualmente potabile ma addirittura desiderabile.
Se possibile una sex symbol.
Sarebbe stata la prova definitiva della maturità dell’ambizioso programma nazionale per il controllo del pensiero delle masse, iniziato decadi prima con il condizionamento dell’ammiraglio Yamamoto (che mai avrebbe ordinato di sua sponte l’attacco a Pearl Harbour).
Agli occhi neanche troppo innocenti del nostro, il piano rientrava senza remora alcuna fra i crimini contro l’umanità più laidi che il governo avesse mai concepito.
Ricordò il periodo in cui si offrì come ratto di laboratorio per testare una droga in grado di potenziare temporaneamente le capacità dei soldati impegnati al fronte. Ne risultarono solo dei trip in cui scappava a perdifiato lungo un corridoio buio inseguito da labbra larghe tre metri e gridando numeri dispari. Labbra che aveva riconosciuto a posteriori.
Suo fu il compito di convincere Richard Gere a recitare la famosa parte dell’uomo bello che si innamora di Julia Robert, un ruolo che nessuna persona dotata di etica avrebbe potuto mai accettare.
Per estorcergli la disponibilità, il generale ammazzò il secondogenito dell’attore prima di puntare la pistola sul figlio prediletto. Dopo trenta minuti di stallo ammazzò pure lui e quindi puntò l’arma verso Gere stesso.
Solo allora l’attore cedette.
L’acqua, fra una ventina d’anni, avrà preso a sé almeno un paio di metri di costa e il sito avrà perso parte della sua attrattiva.
La mia compagna torna e mi racconta della splendida vista che è possibile ammirare superando alcune siepi a metà scalinata. Non ha scattato foto, credo.
Mi chiede a che punto sono con la lettura; io le rispondo che, purtroppo, negli ultimi quindici minuti non sono riuscito a concentrarmi.
Questo per dire quanto fa schifo Julia Roberts.