Stanco

I lavori di ristrutturazione nell’appartamento di fianco a quello che mi trovavo ad occupare senza un regolare contratto sono terminati.
Certamente lo sono.
Non è possibile d’altronde procedere l’opera di ristrutturazione di un immobile sepolto sotto le sue stesse macerie.

Nei mesi passati, quando a svegliarmi non erano le trapanazioni ad orari improponibili, a farlo era il terrore che potessero esserci. E fu la mia salvezza: lo scricchiolio del collasso proveniente dalle pareti era probabilmente impercettibile per una persona con un buon ritmo circadiano.
Io invece sono fuggito con un anticipo che sapeva di iattura, se non di colpa.

Quand’ero ancora in casa, una volta resomi conto dell’accaduto, mentre svegliavo sgraziatamente la mia inconsapevole moglie, classificavo mentalmente i miei averi per valore economico e affettivo ed eccomi ora, in mutande in una strada del centro cittadino: il braccio sinistro cinge la mia amata, l’altro tiene dal basso un MacBook Pro di quattromilacinquecento euro.

Lo stabile implode davanti ai nostri occhi in un tonfo dal volume che immaginavo piu’ imponente.

La folla si avvicina al luogo del crollo attratta sia dalla possibilità di raccontarlo agli assenti, che da quel genere di brivido che solo le sparatorie di paese riescono a superare.

Fiamme avvampano pur soffocate da cumuli di detriti e nell’aria un alieno odore di curry. Il cielo è ingrigito dalla polvere ma non riesco a non pensare che forse, nonostante tutto, la prossima volta che ci proverò, riposerò alla grande.